
8 Agosto
I giovani piedi scalzi camminavano con sadico timore sulla terra arsa dal sole di agosto che aveva risparmiato solo qualche filo d’erba stoicamente ancora verdeggiante. Aveva percorso fino a metà la strada che dalla vecchia casa portava fino al rio.
Là poteva scorgere solo campi attorno a sé e là come ogni giorno dopo pranzo si era fermata un momento, aveva inspirato tutta l’aria che i suoi polmoni potessero contenere e se l’era trattenuta senza riserve per qualche secondo. Quel respiro era senza dubbio una cesta di paglia leggera, non badate al piccolo bordo scucito, colmo di fiordalisi di campo.
Ho sempre pensato che quella cesta fosse certamente piena di fiori blu, il blu dei campi attorno del resto non lasciava scampo. L’odore zuccherino era così intenso che le era arrivato dritto al cervello, tutto era così dolce e appiccicoso che aveva per poco rischiato un collasso.
Quando aveva ricominciato a respirare infatti era già arrivata senza accorgersene fino alla pianta del fico. Lì si era messa a raccogliere i frutti più maturi, ancora coi piedi scalzi. I fichi nella cesta avevano sostituito i fiori che portava nell’altra mano, di ritorno dal primo raccolto.

5 settembre
In quei primi giorni di settembre l’aria si era rinfrescata e, di buon mattino, un golfino sulle spalle non guastava affatto.
Quando la luce attraversava lo scuro socchiuso al lato del comò, quello era l’attimo da non perdere per vedere la campagna ancora immobile. Sul finire dell’estate si può infatti godere di un’atmosfera onirica, un istante solo che separa la notte dal giorno in cui nulla si muove, il cielo diventa caldo e nemmeno un cinguettio sembra voler rompere il silenzio.
Si era alzata presto per godersi la pace prima che il trambusto della raccolta animasse il piazzale e lo stradello che dalla casa conducevano alla vigna.Non appena la luce aveva fatto capolino tra gli scuri della finestra a lato del comò ,in tutta fretta, si era infilata il golfino e portando gli zoccoli a mano per non far rumore era scesa al piano di sotto.
Quegli zoccoli non le erano mai piaciuti, ma in quel periodo dell’anno amava indossarli per via della lana di cui erano imbottiti. Sembravano perfetti per crogiolare i piedi ancora qualche minuto prima che a farlo potesse pensarci il sole. Una tazza bianca dal bordo fine, il latte e il vaso dei biscotti, era tutto pronto per assistere allo spettacolo. Stava iniziando il primo giorno di vendemmia.

10 ottobre
La luce di quel dopo pranzo di ottobre sarebbe stata capace di accecare chiunque si fosse attentato a guardare il cielo.
Era bastata una sola punta di blu nel giallo estivo per ridare linfa ai campi tutt’attorno: i settembrini (di ottobre) fioriti brulicavano di insetti operosi e i lunghi steli dei topinambur ondeggiavano a ritmo di swing, pizzicati dalla brezza come corde di un contrabbasso. Lei se ne stava lì, con le gambe nude nei suoi stivaletti allacciati fino alle caviglie, in piedi sulla scala di legno.
Ferma nell’autunno palpava con soddisfazione le gialle mele cotogne che campeggiavano sulla pianta robusta. Erano cresciute sane e, sane, continuavano la loro maturazione.
Se ne stava lì nella dualità dell’autunno, con il viso rosso per il calore del sole che ancora non si arrendeva all’inverno e con le gambe intirizzite dall’aria pungente della penombra. Era un autunno prolifico e non ne andava sprecato nemmeno un istante.

Mostarda di Fichi, Mosto cotto e Mostarda di mele cotogne, ecco le Petites Madeleines che con una fetta di Spongata tornano alla mente (e al cuore). Ricordi d’estate, di vendemmia e di autunno, un ripieno di sfumature di stagionalità e vita. Alla fine il cibo è memoria e la memoria è civiltà. Viva viva la spongata!
Splendido post, complimenti! 🙂
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In ritardissimo, grazie mille!
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Colgo l’occasione per dirti che mi sono appena iscritto al tuo blog. Grazie a te per la risposta! 🙂
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