Cine-Gastronomia: il cinema di Bertolucci e la Cucina di Parma

C’è qualcosa, a Parma, che non smette mai di raccontare storie. Non solo nelle sale d’essai o nei teatri neoclassici, ma anche tra i vicoli che odorano di burro fuso, nei piatti che fumano sulle tavole delle trattorie, nelle chiacchiere distinte durante un pranzo domenicale, nelle botteghe di una volta, le poche sopravvissute. È una città in cui il cinema e la cucina convivono come due amici di lunga data, che si conoscono bene, si rispettano e si ispirano a vicenda.

Ed è a Parma, a pochi passi da casa, che oggi, all’interno del progetto Viaggi Cibo Emilia (IG @Viaggi.Cibo.Emilia ), voglio portarvi per riscoprire uno dei personaggi a cui la città ha dato vita e del suo rapporto col cibo.

Uno dei registi che più ha saputo interpretare questa sinergia è stato Bernardo Bertolucci. Nato qui nel 1940, figlio del poeta Attilio, Bertolucci ha portato Parma nel cuore, ma soprattutto nei suoi film. Ne ha colto le luci dorate del pomeriggio, le nebbie opache dell’inverno, i silenzi carichi di senso che precedono una rivoluzione o… un pranzo.

PRIMA RIVOLUZIONE

In “Prima della rivoluzione”, girato a Parma nel 1964, il cibo non è solo sfondo: è linguaggio. È identità. C’è una scena — citata spesso dagli amanti del cine-gastronomico — in cui il personaggio di Gina pronuncia una frase che sembra scritta per entrare in un menù di trattoria: “A Parma si mangia sempre troppo. Prima si mangia, poi si parla di quello che si è mangiato. Un doppio compito. È come mangiare due volte.” E come darle torto? A Parma il pasto è sacro, e il racconto del pasto pure.

Gli anolini in brodo, ad esempio, non sono solo un piatto. Sono un rito, una liturgia lenta fatta di mani che impastano, di ripieni segreti, di brodi trasparenti che sobbollono per ore. Bertolucci li chiamava il passaporto per essere parmigiani, e li ha inseriti nei suoi film con l’attenzione di chi sa che la cucina è cinema — e viceversa.

NOCEVENTO

Ma il legame tra il regista e la tavola parmense non si ferma lì. Durante le riprese di “Novecento”, si racconta di pranzi infiniti alla leggendaria osteria dei Cantarelli, a Samboseto. Un luogo quasi mitico per chi ama la cucina d’autore e d’anima. Gérard Depardieu, Donald Sutherland, Robert De Niro… tutti attorno a un tavolo dove il vero spettacolo, a fine giornata, era un piatto di tortelli di erbetta, o un brasato al lambrusco, servito senza fretta. Perché nella Bassa, come sul set, il tempo è ingrediente fondamentale.

Riportava Fernando Cantarelli: «Come dimenticare il periodo di Novecento: pazzesco, senza orari (la troupe arrivava quando le riprese erano terminate), senza limiti: una portata dietro l’altra, piatti sbafati, riordinati e risbafati. Con Sutherland e la Betti che avevano scoperto una vera passione per il fegato di vitello agli aromi, pretendendolo sempre e comunque. Furono settimane di passione e di lavoro continuo, con una frenesia che non abbiamo mai più vissuto dopo. Ma con tanti ricordi indelebili: non è da tutti portare in giro in Vespa Dominique Sanda, che si avvinghiava a me, sedicenne, che guidavo, e che naturalmente avevo i sudori freddi. O stringere amicizia con De Niro».

IL CIBO NEI LAVORI DI BERTOLUCCI, OLTRE PARMA

Anche in Strategia del ragno (1970), pur non ambientato a Parma, il cibo emiliano emerge con forza. Il protagonista, Athos Magnani, torna nella cittadina di Tara per indagare sulla morte del padre, considerato un eroe antifascista. Durante il suo soggiorno, il culatello – re indiscusso dei salumi della Bassa – fa la sua comparsa. Non è solo un dettaglio folkloristico: è un richiamo alla memoria, un elemento che radica la narrazione in una terra precisa, profumata di nebbia e cantine. Il culatello diventa quasi un personaggio, simbolo di un’identità locale che resiste al tempo e ai fantasmi del passato.

In La luna (1979), il cibo assume invece connotazioni più intime, quasi erotiche. In una scena, un personaggio tenta di sedurre una donna offrendole pezzetti di prosciutto, in un gesto tanto semplice quanto carico di ambiguità. Il prosciutto crudo, alimento seduttivo e sensuale per eccellenza, diventa qui mezzo di comunicazione non verbale, tra desiderio, tenerezza e potere. Ancora una volta, Bertolucci usa il cibo per raccontare molto più di quel che appare nel piatto.

Non è quindi solo nei film dichiaratamente ambientati in Emilia che si ritrova questo legame. In molti lavori di Bertolucci — persino quelli internazionali — si respira un senso di abbondanza, di desiderio, di fame (non solo fisica). È una fame che viene da lontano, dalla campagna, da una terra che nutre e pretende lentezza. È la stessa fame che si avverte davanti a un vassoio di salumi: culatello, coppa, fiocchetto. Quella che ti fa sedere anche se sei solo di passaggio, perché in Emilia “si mangia e si parla”.

Parma, in fondo, è questo: un luogo che ti chiede di rallentare. Di sederti. Di ascoltare una storia mentre mastichi, di assaporare una battuta mentre sorseggi il vino giusto. E chissà che, in uno degli angoli della città, non vi capiterà di immaginare il regista. Magari con un taccuino aperto, le dita ancora un po’ unte di salume, intento ad annotare qualcosa — una frase sentita al tavolo accanto, il colore del vino nel bicchiere, la luce che entra obliqua dalla finestra.

Per saperne di più sulla filmografia e sulla vita di Bernardo Bertolucci ti consiglio di visitare il sito https://bernardobertolucci.org/ con particolare attenzione a Diario d’Archivio, dove potrete trovare iniziative anche sul territorio di Parma.

Se vuoi continuare il viaggio in Emilia film degli anni 50 e 70 ti consiglio di leggere anche l’articolo di Chiara di smallbutgold_blog: Spazio Antonioni a Ferrara (https://www.smallbutgold.com/spazio-antonioni-a-ferrara-il-pittore-dello-schermo/)

Lascia un commento