“Se non vi vedo a Carnevale va a finire che non vi vedo mai” e così nessuno osava mai tirarsi indietro dall’invito di nonna Aurelia alla consueta cena del martedì grasso, a casa sua. La verità è che ci avrebbe visti tutti e spesso, ben prima di quell’occasione, ma, complici la lieta festività e l’età di nonna che ormai iniziava ad avanzare, ci limitavamo a rassicurarla confermando fin da subito la nostra partecipazione.
Io, mamma e papà, zia Celeste con zio Dani e i ragazzi e zia Terri, eravamo molto presenti, tutti quanti. Certo, zia Celeste con i ragazzi nel pieno dell’adolescenza non era sempre di buonumore, ma passava da sua madre almeno due volte a settimana e le telefonava tutti i giorni. Mio padre, invece, passava a trovarla quotidianamente e noi appena potevamo.
Per la cena del martedì grasso cucinava le frittelle: farina, latte, zucchero, uova, il lievito di birra, quello fresco, e abbondante olio per friggere. Era sempre andata così da che avevo memoria.
E così anche il martedì di un anno fa, trafelata da una giornata di lavoro a 50 km da casa in un ufficio dalle luci fredde e dalle menti ancor più gelide, arrivai puntuale. Mi ero cambiata in macchina, a pochi metri da casa della nonna, rinfrescandomi con una salviettina umida al tè verde, tra la sportina del pranzo e la borsa della palestra. Sapevo che nessuna salviettina umida avrebbe potuto togliermi di dosso quella patina di malinconia che mi portavo appresso, ma ci provai, quantomeno per rimuovere dal mio viso il grigiore dello smog cittadino e la fatica della giornata appena trascorsa. Mi diedi un’occhiata nello specchietto retrovisore, un filo di rossetto mi delineava le labbra spente e così lo ravvivai, per pudore.
Suonai il campanello e, senza aspettare che davvero qualcuno arrivasse ad aprirmi, girai la maniglia della porta che era sempre aperta.
“È permesso?”, dissi.
Erano già arrivati tutti, ad eccezione di mio cugino Ale, l’unico della famiglia a cui, per meriti sportivi, era concesso di arrivare in ritardo. Quel pomeriggio aveva avuto una gara importante nei 200 mt. stile libero e sarebbe arrivato da lì a poco. Salutai zia Celeste che non vedevo da un po’ e poi mi diressi dritta in camera per appoggiare il cappotto e salvarlo da un eventuale fuga di fritto. Nonna non era avvezza alle fritture, temeva infatti che il loro odore pungente potesse invadere ed impregnare la casa, proprio come succedeva ai Magione, vicini storici che, a suo dire, friggevano anche a colazione. Perciò si chiudeva in cucina con la finestra aperta e dava ordine di tenere ben chiuse tutte le porte di collegamento con le altre stanze dell’abitazione. “Richiudi tutte le porte”, suggerì mia madre dalla stanza da pranzo. Le chiusi tutte, sforzandomi di lasciare dietro a ciascuna un po’ della rassegnazione che portavo con me.
Nonna Aurelia era già in cucina, la porta a vetri era ben chiusa e, badando bene di non aprirla, con un cenno di saluto le annunciai che ero arrivata. Nonna sorrise e borbottò qualcosa che non intesi fino in fondo a causa del rumore che faceva la cappa, ma le sorrisi ugualmente.
Il caminetto era acceso come in ogni grande occasione: Leo armeggiava con i legnetti sotto l’attenta supervisione di mio padre e di zio Dani; mamma e zia Celeste se ne stavano a chiacchierare sul divano, di non so che cosa; zia Terri, la sorella vedova di nonna Aurelia, che iniziava a perdere qualche colpo, controllava per la terza volta dal mio arrivo che in tavola non mancasse nulla. Sul camino si crogiolava la foto di nonno Ce, con tutti i capelli ricci ancora in testa e gli occhi piccoli e verdi, penso che fosse soddisfatto di trovarci ancora lì a fianco di nonna Aurelia.
Il rumore metallico del Px 125 di nonno Ce mi ripescò dal passato, era inconfondibile nonostante mio cugino Ale, al quale era stato affidato da un paio di anni, avesse portato qualche modifica al motore o a non so che. Con il suo arrivo la famiglia era al completo. Salì in casa con la velocità di un vero atleta e seguì anch’esso la trafila della giacca e delle porte, le chiuse tutte e quando fu finalmente in sala nonna Aurelia uscì dalla cucina con i piatti fumanti tra le mani.
“A tavola che le frittelle sono buone calde “. Ci sedemmo ai soliti posti. A capotavola il generale Maggiore nonna Aurelia, alla sua destra mio padre nelle vesti di ufficiale delegato all’apertura di vini spumanti senza il botto, subito dopo mia madre, colonnello delle porte chiuse, e a terminare la linea zio Dani, tenente del trentaseiesimo battaglione della frittella calda. Alla sua sinistra il caporale, zia Terri, incaricata di monitorare la presenza costante di pietanze e bevande, poi zia Celeste, in licenza premio per una sera, infine i ragazzi e io. Tra una chiacchiera e l’altra iniziammo a servirci.
Chiesi a Ale come fosse andata la gara e lui rispose che era arrivato secondo e che il primo classificato aveva però ben due anni in più di lui, il che dal basso dei suoi 16 significava vantaggio in quanto più esperto e con un fisico meno soggetto ai mutamenti della crescita.
Le frittelle fumanti e ben ripassate nello zucchero bianco occupavano la gran parte del tavolo, suddiviso in due grandi vassoi ricoperti da carta assorbente, tutt’attorno torta fritta e salumi. Era una sorta di colazione continentale, di quelle che si fanno negli hotel di lusso dove è possibile alternare il dolce ed il salato senza essere giudicati da alcuno. Io iniziai dalle frittelle, le addentai e fu come svegliarsi presto per andare al mare, in un giorno in cui credevi di dover lavorare. Ad ogni morso un’esplosione di calore nel palato arrivava fino alle tempie, capaci di attrarre a sé gli angoli esterni della bocca, imprimendo così un sorriso marmoreo sulla mia faccia.
Chiusi gli occhi e vidi i miei giovani piedi scalzi camminare sulla spiaggia arsa dal sole di agosto. Da lì potevo scorgere solo blu attorno a me. Inspirai tutta l’aria che i miei polmoni potessero contenere e la trattenni per qualche secondo senza riserve. Il blu dei fiori, il blu del mare, nessuna linea li divideva. L’odore zuccherino era così intenso che mi era arrivato dritto al cervello, tutto era così dolce e appiccicoso che avevo per poco rischiato un collasso. Ricominciai a respirare e mi presi un’altra frittella.
Nonna Auri era sempre stata brava in cucina e anche se le sue mani si erano fatte più ruvide, bitorzolute, instabili, le frittelle non avevano perso la leggerezza di sempre.
“Come va il lavoro?” mi chiese zio Dani mentre si serviva dal tagliere dei salumi per la terza volta. Deglutii per non confondere i sapori, aspettai che la gradevole dolcezza della frittella lasciasse spazio al disgusto che provavo per quello che era il mio presente e risposi che andava tutto bene.
“Al solito, dai”
“E ti sei occupata di qualche pubblicità importante negli ultimi tempi?”, ribadì.
In quel mese avevo scritto quattordici articoli sui condizionatori per capannoni industriali, qualche programma editoriale social di piccole attività del territorio tra cui un ristorante, due negozi di abbigliamento ed un dentista, e niente di più. Nella piccola agenzia in cui lavoravo non c’erano grandi possibilità ed era il motivo per cui volevo andarmene.
Così risposi sogghignando “Si, quella del cinghiale Brioschi “.
Scoppiarono tutti a ridere e non chiesero più nulla.
Nonna Auri era stranamente taciturna e non fui la sola ad accorgermene tanto che sentii papà chiederle sottovoce se andasse tutto bene.
Lei annuì.
Trascorse qualche minuto in cui i ragazzi cercarono di accaparrarsi l’ultima frittella mentre zia Dani iniziò a fare avanti e indietro dalla cucina con i vassoi vuoti.
“Mamma, vuoi qualcosa prima che Teresa sparecchi tutto?” disse Celeste a nonna Aurelia.
Esitò un istante e poi esordì dal suo intoccabile posto a capotavola con uno spassoso “No, passami il cane! “.
Una risata generale rimbalzò da un lato all’altro della stanza, nonna era infatti una gran burlona e a volte si divertiva a farci degli scherzetti simili in cui fingeva di essere andata fuori di testa, così all’improvviso. Forse voleva testare quanto ci preoccupassimo per lei o, semplicemente, da donna di spirito quale era voleva creare un diversivo e prenderci un po’ in giro. Ormai l’avevamo capito e nessuno ci cascava più.
“Questa volta l’hai fatta proprio bene, chapeau mamma” disse mio padre.
Nonna Aurelia non si era scomposta di un solo millimetro, immobile e in silenzio nel ridacchiare della tavolata, aveva lo sguardo fisso nel vuoto.
Ritentò e proferì di nuovo “Il cane, passami il cane! “.
La risata scemò definitivamente e lasciò spazio ad un silenzio grigio. Dagli occhi di nonna Aurelia avevano iniziato a scendere due lunghe e continue lacrime, le solcarono gli zigomi e si fecero strada lungo le guance senza diramarsi nelle fenditure delle sottili e ravvicinate rughe del volto: una proseguì lungo il collo fino a perdersi nel verde acqua del maglione, l’altra iniziò a battere sul bordo d’oro del piatto in porcellana Limoges in cui conservava ancora una frittella a metà. Sentii il mio volto cambiare espressione, ci avvicinammo di fretta a nonna Aurelia, chiamandola, scuotendola, abbracciandola. Non si mosse. La coricammo sul tappeto del salotto e papà chiamò l’ambulanza. Ci sembrò di aspettare ore.