Boom.
Cesare rimase di pietra.
Come un sasso che cade in un lago calmo, così la sua testa vibrava in un tale frastuono che quasi gli sembrava silenzio.
Dev’essere così che descrivono il coma, un tunnel di luce, le voci distanti ed una tagliola pronta a scattare che ondeggia in prossimità della giugulare.
Bastò uno sparo in lontananza per farlo ripiombare nell’angoscia di quella mattina, bloccato in un sogno in cui la voce non riesce ad alzare il volume e gli arti sono incollati al letto, in quella camicia di forza che solo il risveglio sa allentare.
Ogni mattina se ne stava in giardino, appassionato com’era delle David Austin non vedeva l’ora di scendere a coccolarsele, quella delle rose del resto era la sua ora d’aria quotidiana e, come biasimarlo, nella sua situazione chiunque avrebbe atteso l’ora delle rose con una tale impazienza.
L’attendeva, l’attendeva e poi quando arrivava si sentiva in colpa, in una colpa tremenda che gli spremeva il cervello ed il cuore facendone uscire a forza le ultime gocce di pace che gli erano rimaste. Solo una bestia potrebbe pensare a delle stupide rose quando la propria amatissima moglie sta perdendo i suoi ultimi capelli, e se ne tornava in casa al capezzale, ricaricato dell’energia sufficiente a sorridere, in una falsità materna che mente a fin di bene.
Anche quella mattina la sceneggiata era salita sul palco, Cesare era sceso in giardino e, dopo aver frettolosamente passeggiato attorno ai grandi cespugli fioriti, proprio mentre il suo passo aveva preso la direzione della porta, aveva deciso di tornare indietro. Recise una delle più belle Princess Anne e rientrò in casa. Voleva portarla alla moglie così da farle respirare ancora qualche giorno di vita vera. Per lei aveva scelto l’ibridazione più raffinata che David Austin avesse mai prodotto, 85 petali di un rosa intenso, quasi rosso, con un rovescio a sfumature gialle. Quella rosa le somigliava, o forse aveva iniziato a somigliarle nel tempo, come si dice accada alle coppie di lunga data.
Ne tagliò tutte le spine, la scosse per far cadere gli insetti rifugiati tra i petali e quando fu sicuro che quella rosa fosse davvero inerte, iniziò a salire le scale. Fece il primo gradino. Il secondo. E poi Boom.
In un attimo il tempo prese il ritmo di un carretto in discesa.
L’uomo lasciò cadere la Princess Anne e, salendo tre gradini alla volta, si catapultò in camera da letto. Non aveva nemmeno fatto in tempo a capire che si era trattato di uno sparo; il suo primo pensiero era infatti volato alla caldaia che d’ogni tanto faceva qualche scherzetto, ma nonostante tutto lui si diresse nella camera da letto. Varcò la soglia e vide rosso. Cadde in ginocchio in un urlo primitivo e tra tutto quel sangue riuscì a scorgere ciò che era rimasto di sua moglie. Un corpo gracile di appena 30 kg, nemmeno un capello e l’angoscia di chi sa che deve morire, ma a cui non è concesso il privilegio di farlo.
La vedeva stampata sul muro, l’angoscia, sulla testiera del letto, sulle coperte in cotone percalle, sulla foto di Santa Caterina che era appesa sopra al comodino. La vedeva in tutta la stanza fuorché sul suo volto perché un volto, quello, non l’aveva più.
Boom.
Un’esplosione interruppe il silenzio della campagna.
Non era la prima volta che gli succedeva di sentire uno sparo provenire dal bosco, ma mai in piena notte e mai così vicino a casa.
Il brusco risveglio notturno doveva aver ancor più amplificato la reazione tanto che gli parve di morire; una gran tachicardia lo assalì proprio quando il respiro veniva meno. Rimase in quello stato agonizzante per cinque minuti buoni, poi riuscì a ricomporsi e con il fiato corto si sedette sul letto, bevve a stento un sorso d’acqua e non dormì più fino alla mattina seguente.
Cesare attese le otto in punto e poi prese a cercare il telefono, non ne aveva uno fisso, gli sarebbe costato troppo mantenerlo, e allora si accontentava del suo vecchio scassato Motorola. Chissà se ne producevano ancora di quegli aggeggi giurassici, ma il suo funzionava e questo gli bastava.
Le chiamate di Cesare in quel giugno si erano fatte sempre più frequenti a casa Zaffini ed ormai la signora Claudia, già tormentata da una brutta cistite che non voleva saperne di andare via, non riusciva più a tollerare nemmeno il minimo screzio tra il marito e quell’animalista incallito. Aveva quindi deciso di farsi un bel bagno nell’acqua di Lourdes che sua sorella le portava ogni anno in una grossa tanica per la benzina. La usava per cacciare i mali, per sciacquarsi la bocca dopo un litigio e anche per curare quella maledetta cistite.
Anselmo, invece, se ne stava steso sul divano a riposare dopo la notte di appostamento trascorsa nel bosco vicino a casa, lo faceva almeno tre volte a settimana, faceva parte del suo compito da cacciatore di selezione, diceva. Tracciare gli spostamenti della fauna selvatica era un po’ come monitorare le correnti d’aria, l’impalpabile che si muove.
A vegliare il suo torpore mattutino c’era Molly che, inchiodata sopra al camino dal 1984, se ne stava là, immobile, ad osservarlo.
Lo fissava mentre sfogliava il giornale seduto in poltrona, durante le partite di calcio alla tv, quando la giornata trionfava sulle sue deboli palpebre e anche quando il silenzio della notte lo destava per ricondurlo al letto.
Nemmeno i nipotini in visita la domenica erano buoni a piegare il suo duro sguardo, nemmeno il compleanno di Caterina che tanto l’aveva temuta da bambina.
Anselmo sosteneva che fosse tutto merito degli occhi, non a caso li aveva fatti arrivare da una bottega di Murano, realizzati su misura per lui. Era andato a sceglierli di persona e nonostante il vetraio si fosse presentato con una cassetta foderata di velluto piena zeppa di occhi di tutti i tipi, roba per imbalsamatori d’alto bordo, tipo quelli che lavorano per le collezioni private, non si era convinto su nessuno di quei vitrei sguardi. E allora glieli fece soffiare sul momento affidando alla canna del malcapitato vetraio solo un pungo di parole: “Quegli occhi dovranno vedere!”
Sarà che era sempre stato appassionato di film western e delle loro altisonanti citazioni, sarà che il baffo bianco gli conferiva una certa autorità, insomma fu così che quegli occhi ne uscirono vivi per davvero.
Tra i tanti trofei di caccia, Molly era l’unica che campeggiava sulle pareti di casa sua.
Era il più grande cinghiale che avesse mai ammazzato, una femmina di quasi cento chili, un esemplare mai visto in tanti anni di battute in quelle zone. E proprio il grande peso e le inusuali dimensioni lo avevano tratto in inganno conducendolo dritto dritto all’imperdonabile errore: mai colpire una femmina con la prole al seguito! Dal 1984 quell’errore non l’aveva mai perso di vista.
E così anche quella mattina Molly osservava taciturna i movimenti della casa. Claudia si stava apprestando a preparare la vasca da bagno quando, come il gallo prima del tradimento, il telefono suonò tre volte. Andò a rispondere: “Ancora lei, Cesare?”
Anselmo, che se ne stava spaparanzato sul divano, alle prime due sillabe della parola Cesare, si era già destato in piedi, e, in un mugugnante teatrino di gesti e suppliche, aveva tentato di concentrare in quello stesso, volatile istante l’estremo tentativo di negarsi al telefono.
“Ma certo, glielo passo subito” continuò irremovibile la moglie che, conoscendo bene la testardaggine del Cesare e sapendo che il telefono non avrebbe smesso di squillare fino a che, ironia della sorte, non avesse scovato la sua preda, allungò la cornetta all’Anselmo.
“Pronto?”
“Sei sta-ta-to tu a sparare! Lo so! Lo so che mi vuoi far cr-crepare di spavento! Lo senti che respiro male? Ho il cuore che mi b-b-batte come quello di una delle tu-tu-tue lepri, ma a me non mi p-p-prendi, veh.”
Cesare non era solito balbettare, ma quando i battiti accelerati gli facevano accelerare anche i pensieri le parole non riuscivano a stargli dietro ed inciampavano.
“Io chiamo i carabinieri e ti denu-nu-nuncio. E co-co-continui, continui anche se la caccia è chiusa e non puo-puo-puoi sparare, per di più di notte. Vicino alle case! E se ti sba-sba-sbagli e colpisci un cane o, peggio ancora, un uomo? Ah ma a-a-adesso puoi dire a-a-addio alle tue battute di caccia, io ti denuncio.”
“Te sei matto da legare!” tuonò l’Anselmo e riattaccò bestemmiando a voce alta.
Si fece un cicchetto di acqua santa, giusto per ripulirsi la coscienza, poi un dito di bargnolino ghiacciato, questa volta per ripulirsi la bocca, e filò via sul suo pickup.
La notte seguente, alle 3 in punto, la sveglia suonò di nuovo, per la seconda volta quella settimana. Anselmo badò di non svegliare la moglie e sgattaiolò fuori dalla camera da letto. Si vestì in fretta sotto lo sguardo attento di Molly; il completo mimetico lo stava attendendo su una sedia della sala. Imbracciò il fucile e si diresse nel bosco, quello vicino a casa.
A pochi metri dal sentiero battuto aveva costruito un capanno di fortuna dentro al quale si rifugiava per osservare gli animali selvatici. Lì tracciava i loro spostamenti, annotava il numero di femmine, i maschi dominanti, l’eventuale prole, le gerarchie ed i comportamenti; quella notte aveva già annotato il passaggio di Indigo e Django, due tassi giovani più volte noti al suo taccuino, probabilmente fratelli, che da un paio di mesi lavoravano incessantemente alla loro tana. Per i tassi la tana somiglia ad una dote, può passare di generazione in generazione anche per secoli e ai due fratelli sembrava stare molto a cuore siccome ogni notte si premuravano di rifornirla di cibo e di liberare i corridoi di accesso alle stanze da letto. Quella notte era arrivato al suo ritto orecchio anche il richiamo del Colonnello Mortimer Douglas, che agli albori del periodo degli amori se ne stava a canticchiare serenate alle nuove donzelle, prima tra tutte Jill, molto contesa anche dal Monco, ormai troppo vecchio ed acciaccato per battersi a morte. Il branco dei caprioli era davvero corposo e alla fine dell’estate Anselmo, da buon selezionatore, sapeva che avrebbe dovuto ammazzare almeno quattro maschi. La cosa non gli pesava, pensava a goderseli, liberi, finché non sarebbe giunta l’ora.
Alle 2:25 annotò il passaggio frugale di Biondo, Tuco e Sentenza, in arte il Buono, il Brutto e il Cattivo, niente po’ po’ di meno che una gang di cinghiali di piccola taglia che negli ultimi 15 giorni aveva messo a ferro e fuoco l’orto del signor Ghillani. Ma ad Anselmo questo tale non era mai andato a genio e quindi aveva lasciato che i tre teppisti banchettassero liberamente, senza mai porre resistenza alcuna.
Conosceva ogni capo del bosco e ad ognuno aveva affidato un nome tratto dai grandi capolavori Western che gli anni Sessanta avevano prodotto, e che capolavori! Talvolta se li vedeva sbucare dalla radura e a poco a poco gli pareva che Once upon a time in the west suonasse tra i campi del Barrucco e le vecchie cave dismesse. Follia, avrebbe detto sua moglie. E nelle notti di appostamento portava con sé una tracolla di tela dove conservava un pezzo di formaggio stagionato e qualche crostino di pane. Non li mangiava quasi mai, ma sapere di averli lo metteva al riparo dalle ansie di languori insoddisfatti e conseguenti mal di testa.
Tuttavia, il vero compagno di ore ed ore nel bosco, immobile, senza fiatare, restava il suo binocolo termico Pulsar, acquistato dieci anni prima in una gioielleria, così la chiamava ironizzando sui prezzi fuori misura, che vendeva articoli per la caccia e per la pesca. Oltre ai diamanti, s’intende.
Era solo grazie a quell’aggeggio se riusciva a scorgere così bene il viavai notturno nelle campagne circostanti. Le macchie arancio, poi quelle rosse più vivide, dopo tutti quegli anni si era abituato a vedere animali dai colori innaturali.
Si erano ormai fatte le 4:10 del mattino, mancava poco all’alba e lo si intuiva dai suoni della macchia, quando Anselmo improvvisamente sentì un fruscio veloce e deciso provenire dal Minaro, la parte più esterna del bosco. Prese il binocolo e credette che fosse finalmente arrivato il momento: Trinità era tornato! Era così che l’aveva chiamato l’unica volta in cui era riuscito ad intravederlo tra il buio della vegetazione: un lupo magro, ma dalla corporatura importante, un po’ malconcio e sempre solo.
Trinità, una leggenda che vagava sull’Appennino da diversi anni, difficile da avvistare e per questo ancor più stuzzicante.
Si nascose con cura e si assicurò che il fucile fosse con il colpo in canna, in quei casi era sempre meglio essere prudenti, aveva pur sempre un lupo a pochi metri da sé. Si mise in posizione ed incollò gli occhi al visore notturno. Tra un cespuglio e l’altro le macchie rosse si rivelavano a poco a poco e man mano che questo accadeva Anselmo si gonfiava sempre più di timore ed incoscienza.
È un lupo enorme, pensò senza mai smettere di tastare il fucile con la mano sinistra.
“Avanti, fatti vedere, vieni fuori” si ripeteva in silenzio.
La macchia rossa prese a crescere, come se l’animale si stesse rizzando sulle zampe posteriori, aveva quasi raggiunto l’altezza di un cristiano quando Anselmo staccò lo sguardo dal binocolo. Si stropicciò gli occhi, era grande quanto un uomo, maledizione! Ripose subito lo sguardo sugli obiettivi, non poteva prendersi comodità di sorta dinanzi ad una bestia di tale statura, si concentrò e mise di nuovo a fuoco.
Che corporatura quella bestia, se non fossi nel bosco alle quattro del mattino direi quasi che somiglia a… ci pensò su un istante.
Mise a fuoco per la terza volta e alla fine capì.
Non si trattava del lupo solitario che faceva tremare la signora Bruna ogni volta che raccontava di quella mattina in cui lo vide abbeverarsi alla fontanella della famiglia Stocchetti, non era Trinità, non lo era.
Profilo duro, testa allungata, corpo esile, altezza che si fa notare: “Ehi ma quello è il Cesare!”
La tensione si sciolse in un batter di palpebre. L’eccitazione scemò ed aprì la via alle domande.
Ma cosa ci faceva il Cesare a quell’ora, lo stava forse pedinando? Oppure, carico di una sportina, era venuto a lasciare cibo agli animali del bosco?
Non si nutre la fauna selvatica, si soverchiano gli equilibri, pensò Anselmo.
Gli bastò una frazione di secondo per realizzare che quella poteva essere la più grande occasione della sua vita, sbarazzarsi di Cesare e delle sue pazzie, era lì, il colpo in canna, gli sarebbe bastato solo premere il grilletto. Del resto non era forse vero che quando un uomo con il fucile incontra un uomo con la sportina, l’uomo con la sportina è un uomo morto?
Avrebbe potuto colpirlo di soppiatto, senza che lui nemmeno se ne accorgesse. In questo modo non avrebbe corso nessun tipo di rischio: Cesare sarebbe crollato a terra in un tonfo sordo senza proferire parola, senza urlare né richiamare l’attenzione di qualche lavoratore mattiniero sulla strada principale. Lo avrebbero divorato i cinghiali, la gang era sempre affamata.
E invece non sparò, perlomeno subito, come avrebbe potuto rinunciare alla teatralità del momento?
Pregustava il sapore della vendetta, di tutte quelle chiamate deliranti che ogni giorno riceveva da quell’uomo ed immaginava, premeditando. Lo avrebbe richiamato con la sua armonica. “Ehi gringo!” e poi si sarebbe fatto riconoscere ed avrebbe continuato tenendo la mano sul fucile, circondato dagli animali del bosco sull’uscio del saloon, e Clint Eastwood nella parte di suggeritore.
“Ti trema la mano gringo, o forse hai paura? Al cuore, Cè, al cuore! Se vuoi uccidere un uomo, devi colpirlo al cuore. Al cuore, Cè, al cuore altrimenti non riuscirai a fermarmi!”
E poi Boom, lo avrebbe colpito.
Certo era che Cesare, armato di una misera sportina, seppur di tela robusta, non avrebbe opposto molta resistenza e poi chissà se i cinghiali lo avrebbero mangiato per davvero, sazi com’erano dopo le scorribande negli orti.
Anselmo era ancora intento a progettare l’assassinio pindarico quando fu riportato al mondo da un lamento sordo e sofferente. Vide Cesare precipitarsi a valle, attese qualche istante, di nuovo un lamento e poi: “Una tagliola, maledetti cacciatori!”
Sbucò fuori anche Anselmo e si diresse verso l’animale.
“Eccolo l’assassino, eri pronto a farne pelliccia, vero?”
Anselmo restò muto. Illuminò l’animale con la torcia e sussurrò solo: “Sergio Leone!”
“Ma cosa diavolo pensi a quegli stupidi film western, aiutami a liberare questa volpe innocente, piuttosto. Non ti permetterò di lasciarla morire.”
“Sergio Leone” ribadì Anselmo. “È così che si chiama.”
Sergio Leone era il più piccolo di una cucciolata nata a fine aprile di un paio di anni prima. Lo aveva visto crescere e ne aveva apprezzato le grandi doti comunicative. Era un animale intelligente ed Anselmo lo aveva silenziosamente protetto da molteplici insidie, anche a costo di soverchiare gli equilibri del bosco. Aveva a tutti gli effetti un debole per quel volpino.
Cesare rimase di stucco. Non immaginava che quell’uomo che tanto aveva odiato avesse potuto dare un nome ad una volpe, sceglierlo per lei, riconoscerla al primo sguardo. Sergio Leone, che nome bizzarro per una volpe!
“Davvero hai dato un nome alla volpe?”
I due si prodigavano per liberarla, la tagliola aveva intaccato almeno un paio di organi vitali ed entrambi ci misero poco a capire che la situazione era davvero critica.
“L’ho dato a tutti gli animali del bosco!”
Intanto la volpe peggiorava a vista d’occhio. Il lamento si faceva più acuto, l’agonia era iniziata e sarebbe potuta durare anche qualche ora. Era chiaro che l’animale non ce l’avrebbe fatta,
Anselmo lo aveva capito subito e dopo pochi minuti anche Cesare si era convinto.
I due rimasero zitti per qualche istante cercando di tamponare le ferite dell’animale, ma subito capirono che l’unica strada possibile era quella dell’eutanasia. Cesare avrebbe voluto addormentarla con un’iniezione, si sarebbe spenta in un sonno profondo senza sentire dolore, ma quale veterinario avrebbe assecondato le loro richieste e quell’ora di notte e, per di più, per una volpe? Nessuno.
“Dai, sparale!” disse ad Anselmo.
“Sicuro che non dai di matto?”
“Sicuro!”
“Tappati le orecchie e spostati verso il sentiero, non voglio teatrini!”
Cesare si allontanò, si tappò le orecchie con le mani e chiuse forte gli occhi. Tremava. Immaginò un giardino di David Austin, immaginò la sua ora d’aria, di nuovo. La Princess Anne lo guardava con tenerezza, meravigliosa e così simile a sua moglie. Smise di tremare.
Anselmo si mise in posizione, guardò la sua volpe, prese la mira e non ebbe più voglia di sparare né di Clint Eastwood né della teatralità.
In un luogo dove la vita non aveva prezzo, la morte qualche volta lo aveva.
Addio Sergio Leone.
Boom!