Facciamo due chiacchiere?

chiacchiera
  1. Conversazione protratta più o meno a lungo, per passatempo o come sfogo a considerazioni e pensieri frivoli o banali oppure malevoli: fermarsi al caffè a far quattro ch.; spesso con una sfumatura di compatimento o di biasimo (perdersi in chiacchiere; lasciarsi incantar dalle ch.) e per lo più contrapposto a fatti (a chiacchiere tutti son buoni).
  2. Notizia senza fondamento, voce falsa o malevola, pettegolezzo, diceria: è solo una ch.; chiacchiere! (come interiezione), sciocchezze!
  3. Facilità di parola, parlantina. “con la sua ch. riesce a incantar chiunque”
  4. Dolci tipici di carnevale, fatti di uova, zucchero e farina, fritti e ricoperti di zucchero a velo.
  5. Dolci tipici di carnevale, fatti di uova, zucchero e farina, fritti e ricoperti di zucchero a velo.

Seppur io mi sia specializzata fin dalla primissima infanzia sulle accezioni 1 e 3 e non con pochi crediti in materia, oggi si parla di dolci!

Lo so, non ha molto a che fare con il recupero di frutta e similari, ma è pur sempre una storia da raccontare. Una storia che appartiene a ciascuno di noi, una storia che ci ha impregnato la memoria percettiva fin dall’alba dei tempi… e pure cappotti, maglioni, pantaloni, mutande. Per non parlare dei capelli.
Il sacro potere del fritto vi sta catturando ed ora so che vi leggerete anche la pippa storica senza lamentele di sorta.

Pippa storica.

Le chiacchiere sono dolci tipici di tutta la cucina italiana e, seppur soggette a variazioni di ricetta e di nome, nascono proprio nell’Antica Roma durante i Saturnali.

I Saturnali erano festeggiamenti che si tenevano in dicembre molto simili al nostro Carnevale durante i quali era sovvertito l’ordine sociale: in un mondo alla rovescia, gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi, e potevano comportarsi di conseguenza; insomma erano un periodo di eccessi in cui anche le abitudini gastronomiche subivano rovesciamenti. E così tra banchetti, sacrifici e festeggiamenti le frictilia rappresentavano l’apoteosi della trasgressione: dolci fritti nel grasso di maiale (è strutto non fate quella faccia) distribuiti alla folla per le vie della città.

Ad oggi le cose sono molto cambiate, non si frigge più ad esempio nello strutto, ma la ricetta nelle sue principali linee è rimasta invariata.

Ieri le abbiamo preparate anche noi e per farlo abbiamo seguito la ricetta di una nonna speciale che non possiamo in alcun modo rivelare. Cercando in rete, però, ne abbiamo trovata una molto simile che renderà là chiacchiere leggere e buonissime. [Quando dico “abbiamo” non alludo solo alle Claricette come stessi parlando di un movimento popolare pieno di adepti, ma anche al Pasticcere che ieri ho avuto l’onore di affiancare in questa preparazione: Luca Conforti già maitre chocolatier e inventore del Plumkakka 😂]

La ricetta è di Cristina Bowerman quindi non si sbaglia 😁

400 g di farina
70 ml di vino bianco
30 ml di olio extravergine di oliva
2 uova
12 g di zucchero
1 pizzico di sale
scorzetta di limone

Unite gli ingredienti fino ad ottenere un impasto omogeneo.

Tirare la pasta a 1 con l’aiuto della Nonna Papera (se foste bravi anche col mattarello non stareste forse leggendo qui) e tagliatela a stricioline.

Praticate un taglio in centro verticalmente e fate passare una delle estremità all’interno del taglio in modo da ottenere una forma simile ad un Papillon.

A questo punto scaldate dell’olio di oliva in una padella e portarlo a 180 gradi. Mettete a cuocere 4-5 chiacchiere per volta fino a che non saranno dorate.

Scolatele per bene e finitele con zucchero a velo.

Bene a questo punto sarete pronti per una disinfestazione nucleare contro l’odore di fritto 🥳

C.

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